Inquinamento da plastica, Greenpeace: emergenza ambientale nelle coste italiane

(Sesto Potere) – Roma – 11 luglio 2018 – L’inquinamento da plastica è una delle emergenze ambientali globali più gravi dei nostri tempi. Con una produzione di plastica in vertiginosa crescita su scala mondiale, che raddoppierà i volumi attuali entro il 2025, lo stato d’inquinamento da plastica dei mari del Pianeta è destinato solo a peggiorare. Considerando che solo il 9% di tutta la plastica prodotta globalmente è stata correttamente riciclata, il sistema di riciclo globale risulta ancora insufficiente ad arginare questa grave emergenza ambientale, nonostante sia frequentemente invocato come soluzione sia dalle grandi multinazionali che dai decisori politici.

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Lo confermano, in modo inequivocabile anche per il nostro Paese, i dati illustrati nel report “Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia” redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza per conto di Greenpeace Italia.
Il nostro Paese si colloca al secondo posto in Europa, dietro alla Germania, per plastica prodotta: si può stimare che ogni anno siano immesse al consumo tra i 6 e i 7 milioni di tonnellate.

Come avviene sia in Europa che a livello mondiale, anche in Italia circa il 40% di tutta la plastica prodotta viene impiegata per la produzione di imballaggi, con un tempo di utilizzo che può variare dai pochi secondi (una cannuccia) ad alcuni minuti (la bottiglia di una bibita).

Se accidentalmente dispersi in mare, questi oggetti possono impiegare secoli per degradarsi.
In Italia, nonostante il tasso di riciclo sia in linea con la tendenza media europea, secondo i dati Corepla del 2017, di tutti gli imballaggi in plastica immessi al consumo, solo poco più di 4 su 10 vengono effettivamente riciclati, 4 invece

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vengono bruciati negli inceneritori- una pratica tutt’altro che priva di conseguenze negative per l’ambiente e considerata come extrema ratio nella gestione dei rifiuti nell’ambito dell’economia circolare – e i restanti immessi in discarica o dispersi nell’ambiente.

E questi, sottolineiamo, sono gli indicatori relativi alle plastiche da imballaggio, per le quali il recupero è sostenuto organizzativamente ed economicamente dal meccanismo della Responsabilità Estesa dal Produttore. È invece verosimile che nel settore delle plastiche non da imballaggio i tassi di riciclo siano marcatamente inferiori, come pare indicare anche un recente rapporto della OCSE.
Nonostante il tasso riciclo degli imballaggi in plastica sia cresciuto negli ultimi anni, passando dal 38% del 2014 al 43% del 2017, non è riuscito a bilanciare l’aumento del consumo di plastica monouso. Infatti, le tonnellate di imballaggi non riciclati sono rimaste sostanzialmente invariate dal 2014 (1,292 Milioni di Tonnellate) al 2017 (1,284 Milioni di Tonnellate) vanificando di fatto gli sforzi e gli investimenti per migliorare e rendere più efficiente il sistema del riciclo nel nostro Paese.

E proprio  da un’indagine effettuata da Greenpeace tra maggio e giugno su sette spiagge italiane: Bari, Napoli, Trieste, Palermo, Fiumicino, Chioggia e Parco Regionale di San Rossore è emerso che  la plastica è risultata quasi

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ovunque la tipologia di rifiuto abbandonata più abbondante, con un picco a Bari dove si è registrata una
percentuale dell’89 percento rispetto al volume complessivo di tutti i rifiuti.

Di tutti i rifiuti in plastica raccolti,  i contenitori e gli imballaggi per alimenti e bevande sono risultati,
complessivamente, i più abbondanti (circa il 90 percento del totale) e costituiti dai polimeri comunemente utilizzati per produrre gli imballaggi: Polipropilene (PP), Polietilene ad alta densità (HD-PE) e bassa densità (LD-PE), il Polietilene Tereftalato (PET) e Polistirolo.
E per la cronaca, appartiene a marchi come Coca Cola, San Benedetto, Ferrero, Nestlé, Haribo e Unilever circa
l’80% degli imballaggi e contenitori in plastica, per cui è stato possibile identificare i marchi di appartenenza, ritrovati da Greenpeace.

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