Formula 1, evasione fiscale da 50 mln di euro: coinvolte aziende cinesi del Nord

(Sesto Potere) – Milano – 21 maggio 2018 – I finanzieri del Gruppo di Milano hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Tribunale di Milano nei confronti di un consulente finanziario, originario del Veneto, iscritto all’A.I.R.E. ed emigrato a Londra, responsabile di riciclaggio, aggravato dal carattere transnazionale, individuato nel corso dell’analisi di rischio condotta dal “Pool latitanti fiscali” della Procura della Repubblica di Milano.

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Scoperte fatture gonfiate, utilizzate per le sponsorizzazioni sportive (soprattutto nel settore della Formula 1), che avevano prodotto un’ ingente massa monetaria successivamente riciclata attraverso  flussi di denaro che dall’Italia arrivavano a Londra, per poi “rimbalzare”  in Cina.

Il denaro ritornava infine in Italia dopo che i cinesi facevano filtrare le somme a propri connazionali –  titolari a loro volta in Italia di micro-aziende sparse tra Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto – incaricati di consegnare il denaro contante,   nelle mani degli indagati di nazionalità italiana.

Il comunicato della Guardia di Finanza

Le complesse investigazioni di polizia giudiziaria hanno disvelato un articolato sistema di frode fiscale, imperniato sul ruolo svolto da 7 società italiane, con sedi a Milano e Roma, designate dall’organizzazione criminale quali soggetti economici deputati a emettere fatture per operazioni inesistenti nel settore delle sponsorizzazioni sportive.

Del sistema hanno beneficiato oltre trenta società su tutto il territorio nazionale, le quali hanno annotato, nelle loro scritture contabili, false fatture per quasi 50 milioni di euro, abbattendo, in tal modo, significativamente la propria base imponibile.

Le ricostruzioni contabili e bancarie svolte dai militari della Guardia di Finanza hanno permesso di accertare, infatti, un fraudolento sistema di sovrafatturazione pari ad oltre l’80 per cento dell’importo indicato nelle richiamate fatture fittizie, confluite poi nelle dichiarazioni fiscali presentate per gli anni dal 2012 al 2016 dalle imprese beneficiarie.

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Sul versante finanziario, lo schema esecutivo dell’illecito prevedeva, dapprima, l’integrale pagamento della fattura falsa, a cura dell’impresa beneficiaria, a mezzo bonifico bancario addebitato sul proprio conto aziendale.

Successivamente, tali disponibilità finanziarie venivano trasferite dalle società emittenti le fatture fittizie su rapporti bancari inglesi, intestati a imprese sedenti a Londra e amministrate dal consulente finanziario colpito dalla misura cautelare.

Centrale è risultato il ruolo svolto dal richiamato consulente che, al fine di ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa delle citate disponibilità finanziarie, ha provveduto a bonificare le medesime somme, al netto di una provvigione, su conti correnti intestati a società con sede in Cina, operanti nel settore del commercio internazionale.

Ottenuto l’accreditamento di queste ultime somme, i rappresentanti delle imprese cinesi hanno autorizzato i propri connazionali in Italia (titolari a loro volta di micro-aziende sparse tra Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) a consegnare il denaro contante, “rastrellato” all’interno della propria comunità, nelle mani degli indagati di nazionalità italiana.

Tale ingente liquidità è stata, da ultimo, impiegata per consentire la “retrocessione” in contanti nei confronti delle imprese beneficiarie delle false fatturazioni che, in tal modo, hanno ottenuto il ristoro dell’80 per cento del bonifico bancario originariamente disposto.

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